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Fabio Aratari - Louisiana
post pubblicato in diario, il 10 luglio 2010
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In memoria di Terenzio Formenti
post pubblicato in diario, il 10 luglio 2010
 


TERENZIO FORMENTI

ha iniziato il suo viaggio nell'infinito
sabato 25 aprile 2009

[Poeta, psicodrammatista, psicoterapeuta, "persona attenta ai sogni,
alle immagini, alla fantasia, alla natura, alla vita" -
col quale ho avuto una breve corrispondenza alcuni anni fa, in occasione della
mia partecipazione alle "gocce di rugiada" (dewdrops) tradotte in molte lingue.
Bresciano, aveva 86 anni .] 


 "mi farò una casa nel vento"


mi farò
una casa nel vento

giocherò
con le nubi

mi poserò
sul vecchio baobab

mi confonderò
con la sabbia del deserto

fischierò
fra le rocce
canzoni d'amore

e

finalmente stanco

adagiato sulle onde

mi lascerò cullare...

dolcemente

*


IO SONO L'ARCOBALENO DELLA NOTTE

   a Paola

Io sono l'arcobaleno della notte
nato dalle tenebre in questa sera di magia
 mi chiederete quali sono i miei colori
 chiudete gli occhi e li vedrete

sono il pianto di un bimbo nella notte
 la luce negli occhi di due innamorati che si cercano nel buio
 i sospiri i sussurri i baci di un incontro d'amore
 un fuoco d'artificio che nasce dal buio e muore nel buio
      sulle rive di un lago in una notte di festa

sono gli occhi di una tigre in amore che bramisce nella giungla
 le luci di Broadway e di Chinatown
 gli occhi di un gatto
 che miagola alle stelle sul tetto di una baita
 una falce di luna
 che taglia la segala in un prato di montagna
 gli occhi di una volpe
 che ha deciso che questa notte non ammazzerà
 gli occhi di una lepre
 che rassicurata bruca l'erba di un prato tenero
 i palpiti di luce di una lucciola
 che cerca la sua compagna fra i cespugli
sono i fantasmi e i folletti buoni
 che compongono i sogni della notte
 uno gnomo
 che gioca a nascondino con le sue immagini
 la serenata di un grillo del focolare
 un fuoco fatuo
 che illumina le paure di un viandante
 le favole di un nonnino
 narrate alla luce dei tizzoni ardenti
 un vulcano
 che proietta nel cielo i suoi lapilli di gioia
 il pianto di stelle della notte di San Lorenzo

sono un piccolo uomo
 ma sono anche
 l'arcobaleno di questa notte di magia
 
 un frammento di infinito


Terenzio Formenti

per maggiori informazioni vai sul suo sito:
www.terenzioformenti.com


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Pablo Neruda - Il figlio
post pubblicato in diario, il 26 giugno 2010
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Come in uno specchio
post pubblicato in diario, il 26 giugno 2010
 


La sua vicenda presenta sorprendenti analogie con la storia di
John Nash, resa nota dal film A Beautiful Mind, interpretato
da Russell Crowe.
Davide è nato a Genova il 16 agosto 1970. All’età di 18 anni
inizia a manifestare segni di disequilibrio.
La convinzione di non essere accettato dagli altri, i
comportamenti strani, l’odio-amore per il computer (è
diplomato in informatica), il tentativo di incendio in casa
per distruggere i programmi da lui creati nel timore che
glieli potessero rubare, le frequenti allucinazioni: evidenti
manifestazioni della sua dichiarata schizofrenia.
Un punto di non ritorno? Pare di sì, anche se ci sono sprazzi
di lucidità che fanno sperare che la malattia possa regredire.

Persone simili, tipiche border line, vivono in una sorta di
sogno immenso che domina tutta la loro vita. Anche se, nella
maggior parte dei casi, la realtà ha il sopravvento.
Due storie che, per certi versi presentano molte analogie:
quella di Davide e di John Nash. Con le loro formule
matematiche si sentono vittime di un complotto organizzato da
uno psichiatra che in realtà sarebbe una spia che vuole rubare
le formule. Senza distinguere la realtà dall’immaginazione.
Fa ben supporre, in ogni caso, che il professor Nash sia stato
insignito del Premio Nobel nel 1994.

Felice Serino


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Paolo Conte - Parigi, Reveries
post pubblicato in diario, il 12 giugno 2010
 
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L'INFLUENZA DEL JAZZ SULLA BEAT GENERATION
post pubblicato in diario, il 12 giugno 2010
 


L'influenza del Jazz sulla Beat Generation
 
(di Mike Janssen)


Quando il movimento Beat iniziava a mettersi in moto,
il bebop era già forte, specialmente a
New York, dove la 52a Street pullulava di jazz club
in attività in tutta la sua lunghezza. Il
bebop era uno stile di jazz innovativo che visse il suo
massimo splendore negli anni '40,
caratterizzato da piccoli gruppi, opposti alle big
bands, ed una concentrazione maggiore sul
virtuosismo. La rinascita del bebop avvenne a New
York, dove musicisti quali Dizzy Gillespie,
Thelonious Monk, Charlie Parker, Max Roach e
Miles Davis, ci stavano trasportando in una
nuova era per la musica jazz. 
Kerouac, Ginsberg ed amici trascorsero la maggior
parte del loro tempo nei club di New York
quali il Red Drum, il Minton's, l'Open Door ed altri,
chiacchierando ed apprezzando la musica.
Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Miles Davis
divennero rapidamente quello che Allen Ginsberg
chiamò "gli eroi segreti" per questo gruppo di esteti. 
Perchè il jazz divenne improvvisamente questa
 forza che guidava gli autori del Beat? Quali
similitudini possiamo trovare tra i musicisti jazz e i
Beats? Forse la più ovvia comparazione che
possiamo fare è indicata dalla parola "beat". 
La parola 'beat' fu usata dopo la Seconda Guerra
Mondiale principalmente dai musicisti jazz e
dai delinquenti come termine dialettale che
significava essere senza una lira, o povero ed
esaurito. 
Gli autori beat presero in prestito molti altri termini
dallo slang del jazz degli anni '40,
condendo i loro lavori con parole quali "square",
"cats", "nowhere", e "dig". Ma il jazz
significava molto di più, che essere solo un
vocabolario per gli scrittori beat. Per loro, il jazz
era un modo di vivere, un modo completamente
differente di avvicinarsi al processo creativo.
Nel suo libro Venice West, John Arthur Maynard
scrive: <<Il jazz è servito come punto di riferimento
finale, anche se, o forse anche perchè, pochi tra
loro lo suonavano. Da esso adottarono il mito
dell'artista misterioso, torturato e solitario, che
suona con altri, ma è sempre solo. Parlavano
il linguaggio del jazz, costruendo dei riti comuni
nell'usare le droghe dei jazzisti, ed adorando i
musicisti jazz defunti, più fervidamente. Il
musicista la cui musica era fatale rappresentava
la pura spontaneità. >>
Nel suo unico libro di successo, Go, l'autore Beat
John Clellon Holmes scrive:  <<In questo jazz
moderno, loro ascoltano qualcosa di ribelle
ed ignoto che parla per loro, e le loro vite
conoscevano un gospel per la prima volta.
Era più che musica; diventò un'attitudine
verso la vita, un modo di camminare, un linguaggio
ed un costume; e questi ragazzi
introversi...ora, almeno si sentono da qualche
parte. >> Forse il miglior modello per spiegare
gli ideali artistici sia dei musicisti jazz che degli
scrittori Beat, sarebbe il poeta francese della fine
del 19° secolo Arthur Rimbaud.
L'attitudine di Rimbaud verso il dovere dell'artista
di creare, era abbastanza simile a quello
del musicista jazz e del tipico poeta Beat (benchè
è probabile che il poeta Beat avrebbe
espressamente imitato Rimbaud, mentre il
musicista jazz sarebbe stato ignaro di qualsiasi
similitudine).  Rimbaud beveva forte, scriveva
poesie in giovane età, e si distruggeva come
molti musicisti di jazz che usavano la droga.
La dedizione di Rimbaud alla sua arte era così
fervente che, intorno all'età di 21 anni, arrivò al punto
da non poter fare niente più. I Beats
dichiararono Rimbaud come un altro "eroe segreto",
come Parker o Davis. Il "complesso di Rimbaud"
era un'attitudine che condividevano sia i musicisti
jazz che gli artisti Beat. 
Molti Beats usavano l'eroina, la benzedrina ed altre
droghe, nell'adulazione dei musicisti jazz
che le usavano, sperando che la droga avrebbe
fatto per loro quello che supponevano facesse
per Parker. Kerouac scrisse il suo famoso libro
On the Road, proclamato frequentemente come
il lavoro definitivo in prosa dell'era Beat, su un
viaggio di tre giorni alimentato da un pieno di
Benzedrina. William S. Burroughs usò la sua
dipendenza dall'eroina come ispirazione per libri
quali Junky e Naked Lunch. 
Non solo i Beats cercavano temerariamente di
emulare lo stile di vita dei grandi del bebop, ma
usavano anche le idee principali dei musicisti
bebop applicandole alla prosa ed alla poesia,
creando uno stile chiamato "prosodia bop".
La prosa Beat, specie quella di Jack Kerouac, è
caratterizzata da uno stile immerso nel flusso
di coscienza, parole buttate via in scatti vigorosi,
raramente rivedute e spesso punteggiate in modo
sparso per righe e righe. "Niente periodi, ma
spazi vigorosi che separano il respiro retorico
(come i musicisti jazz che trattengono il respiro
tra i fraseggi)" scrisse Kerouac nel suo Essentials
of Spontaneous Prose, uno dei suoi pochi
pezzi scritti, che spiegava il suo metodo di
scrittura. 
In una intervista del 1968 con Michael Aldrich,
Ginsberg ha detto:  <<Kerouac ha preso la sua
direzione direttamente da Charlie Parker, Gillespie,
e Monk. Lui ascoltava nel '43 Symphony Sid ed
ascoltava "Night in Tunisia" e tutte le note
volanti di Bird che poi ha adattato alla sua linea
di prosa. >>
Una della massime che governavano lo stile di
scrivere dei Beats fu espressa da Allen Ginsberg,
quando parafrasò una vecchia filosofia buddista
nella sue parole, "prima idea, migliore idea".
Ginsberg chiamò questa tecnica d'improvvisazione
applicata allo scrivere "comporre sulla lingua" e fu
usata in un modo o nell'altro da molti degli scrittori
Beat. Gregory Conso scrisse un poema sul sole
che era completamente spontaneo. 
La ritmica, la metrica e la lunghzza dei versi erano
più simili alla musica jazz che agli stili
tradizionali europei. Ted Joans, un poeta ed amico
degli autori Beat, disse una volta, "Potevo
vedere che Ginsberg raccoglieva il linguaggio ed
il ritmo del jazz, e che non seguiva la tradizione
europea." Ginsberg si immaginava un poeta,
ma nello stile di un musicista bebop perchè
allungava la linea poetica per adattarla alla
lunghezza del proprio respiro, facendo una
pausa per prendere aria, e poi lanciando una
nuova linea, alle volte iniziando con la stessa
parola dell'ultima linea: La musica jazz si distingue
per il suo accento sulla seconda e sulla
quarta battuta, come nella tradizionale musica
africana, opposta all'accento sulla prima e terza
battuta della musica occidentale. La poesia Beat
frequentemente ha un ritmo più libero, più
sincopato, simile al jazz. 
Questa tecnica è forse semplificata meglio nel
poema classico di Ginsberg Howl, che fu per la
poesia Beat quello che On the Road di Kerouac
fu per la prosa. "Facevo affidamento sulla
parola "chi" per tenere la battuta, una base per
tenere la misura, ritornare e ripartire in un
altra striscia di invenzione", disse Ginsberg in
un saggio del 1959 sul suo approccio alla poesia.
La tecnica verbale di Howl può essere facilmente
paragonata ad un pezzo di Charlie Parker, nel
quale Parker suonava una serie di frasi
improvvisate su uno stesso tema, facendo
una pausa per respirare e poi iniziandone un'altra.
Ma Ginsberg disse, "In realtà penso a Lester
Young... Howl è tutta "Lester Leaps In." 
Forse l'autore Beat che sentiva una più forte
empatia razziale con il mondo del
jazz era Leroi Jones, che poi cambiò il suo nome
in Amiri Baraka. Baraka era una specie molto
diversa di poeta Beat, e non fece mai parte del
discusso gruppo di scrittori di cui abbiamo detto
prima.
Baraka si distingueva dagli altri autori Beat e ciò
principalmente derivava dalla sua eredità
afro-americana, mentre la maggior parte degli
autori Beat erano bianchi. Baraka usava la sua
razza come carburante per molta della sua
poesia, ed era molto estremo nei suoi punti di vista
politici e razziali.  Nella sua poesia, Baraka realizzo
dei livelli che forse furono i più vicini agli obiettivi
dei musicisti jazz, specialmente John Coltrane,
che Baraka ammirava profondamente.
Baraka ha anche contribuito a scrivere le note
di una antologia di Coltrane, usando degli
elementi di scat per scrivere linee quali
"aggeeewheeeuheageeeee.aeeegeheooouaaaa".
Baraka prese nota delle "inversioni" di Coltrane di
pezzi scritti da bianchi, quali "My Favorite
Things," e le loro trasformazioni in lavori quali
Desolation Angels o On the Road di Jack Kerouac. 
Kerouac fu particolarmente dentro la scena bop,
anche al di fuori dei suoi lavori. Nel suo libro
Milestones: The Music and Times of Miles Davis,
Jack Chambers scrive:  <<Kerouac fu anche
scritturato al Village Vanguard per suonare dei
set regolari, leggendo delle poesie con
l'accompagnamento jazzistico...nelle sue migliori
serate, smetteva la poesia ed iniziava a cantare
in scat, includendo una fedele trasposizione di un
assolo di Miles Davis che era estremamente
accurato e qualcosa di più di una semplice
imitazione. >> Secondo Ted Joans, Kerouac
"conosceva molti musicisti jazz" ed aiutava
musicisti quali Zoot Sims, Al Cohn e Brue
Moore. 
Come Ginsberg aveva detto che Howl era tutto
"Lester Leaps In," On the Road di Kerouac era
in parte ispirata a "The Hunt" di Dexter Gordon e
Wendell Gray. Da On the Road: 
<<Dean Moriarty s'inchinò davanti al grande
fonografo, ascoltando una selvaggia registrazione
bop..."The Hunt" con Dexter Gordon and Wardell
Gray che soffiavano al loro meglio davanti ad
un pubblico urlante che dava alla registrazione un
 fantastico suono frenetico.>>
Kerouac prende anche il ruolo di storico del jazz
in un altra parte di On the Road. Ricordando di
una performance in un club di Chicago, Kerouac
si lanciò in questo ambizioso paragrafo: 
<<Una volta c'era Louis Armostrong che soffiava
nel fango di New Orleans; davanti a lui i
musicisti pazzi che si erano schierati in parata
nei giorni ufficiali ed avavano trasformato le loro
marce Sousa nel ragtime. 
Poi ci fu lo swing, e Roy Eldridge, vigoroso e
virile, faceva esplodere la tromba con ondate di
potenza e sottigliezza - inclinandosi ad essa con
gli occhi che gli brillavano ed un sorriso amabile.
Poi venne Charlie Parker, un ragazzo nella legnaia
della madre a Kansas City,
soffiando sul suo alto tra le travi, facendo pratica
nei giorni piovosi, appena uscito dal vedere
le vecchie bande di swing di Basie e Benny Moten
che avevano Hot Lips Page e poi lasciando
casa per andare ad Harlem, ed incontrare
Thelonious Monk ed il matto Gillespie.
Charlie Parker nei suoi primi giorni quando
passeggiava in circolo mentre suonava. Più
giovane di Lester Young, anche lui di Kansas
City, quel malinconico, pazzo in cui la storia del
jazz fu avvolta; per quanto lui teneva il suo
strumento alto ed orizzontale rispetto alla sua
bocca, suonava al massimo; e mentre i suoi
capelli crescevano più lunghi, lui diventò più pigro
ed il suo sassofono perse metà della potenza;
finchè alla fine crollò completamente ed oggi
indossa delle scarpe con la suola spessa in
modo da non sentire il marciapiede della vita e il
suo sassofono è tenuto debolmente contro il suo
petto, e lui suona dei fraseggi leggeri e facili.
Ecco i figli delle notti bop americane. >>
Kerouac era anche un poeta, ed usava la sua
abilità poetica per elogiare CharlieParker, subito
dopo la sua morte, nel suo libro di poesie Mexico
City Blues. 
<<Charlie Parker sembrava Buddha 
Charlie Parker, che è morto recentemente... 
I suoi polmoni raggiungevano la velocità 
Di quelli che amano la velocità 
E quello che loro volevano 
Era il suo eterno rallentamento. >>
Il newyorkese Gregory Conso elogiò similarmente
Bird poco dopo la sua morte in un poema
chiamato Requiem for 'Bird' Parker, Musician,
pubblicato nella sua antologia del 1955, The
Vestal Lady on Brattle:
<<- prima voce 
hey, uomo, Bird è morto 
hanno rinchiuso il suo sassofono in qualche posto 
dov'è il suo sassofono, dove? 
- seconda voce 
lascia fuori il sassofono 
dov'è Bird? >>
Il libro del 1958 di Conso, Gasoline contiene
anche un poema intitolato For Miles. 
<<Poeta il cui suono è stato suonato 
perso o registrato 
ma ascoltato 
puoi ricordare quelle 54 notti al Open Door 
quando tu e bird 
suonavate alle cinque di mattina un pò di
meravigliosa 
ma inimmaginabile musica? >>
 Ma di tutti questi Beats, probabimente era John
Clellon Holmes che ammirava maggiormente i
musicisti jazz. Dedicò un intero libro ad un
tenorsassofonista senza una lira, di nome Edgar
Pool, intitolato The Horn. Holmes estrapolò anche
un incredibile numero di significati dalla
summenzionata canzone di Dexter Gordon "The
Hunt,". Go di Holmes è pieno di immagini
collegate al jazz; il suo uso di parole come
testamento, sacramento, santità, mistero, profezia,
rituale, ed altare assegna una qualità divina al jazz. 
Questo è piuttosto ironico quando leggiamo un
appunto su un giornale scritto da Holmes il 15
dicembre 1948: 
<<Sono stato in piedi fino a tardi con Jack Kerouac,
ascoltando Symphony Sid, che ha suonato
sei solide ore di bop "a tua richiesta". Io sono
ancora sconcertato da questa musica, benchè ho
sentito un sacco di cose belle da Dizzy e Parker,
e non c'è alcun dubbio nella mia testa che
essa è una risposta a questo periodo post-bellico. >>
Non solo Holmes sembrava non averlo capita, ma
scorrettamente immaginò il bop come una
reazione, nel momento in cui lentamente
evolveva dall'ultimo swing verso un periodo di
transizione del jazz. Tuttavia, Holmes era
innegabilmente influenzato dai musicisti bop. 
I poeti della West Coast erano così influenzati dal
movimento jazzistico, che fecero dei passi
radicali nel sintetizzare le due cose per amore
delle performance dal vivo. I sue principali poeti,
responsabili per questo movimento, furono
Lawrence Ferlinghetti e Kenneth Rexroth, che
tentarono di liberare la poesia dalle grinfie degli
accademici. Credevano che incorporare il jazz,
avrebbe attratto un pubblico più grande e portato
la poesia al livello dei clienti medi di un jazz-club. 
Molti di questi poemi furono recitati con
l'accompagnamento jazzistico al Cellar, il più
famoso jazz club di San Francisco. Il risultato
fu registrato e fu pubblicato con l'etichetta Fantasy
jazz, con la musica di un ensemble che
comprendeva il tenorsassofonista Bruce
Lippincott, il batterista Sonny Wayne, il pianista
Bill Weisjahns, i bassisti Jerry Goode e Bob
Lewis, ed il trombettista Dickie Mills. 
Reroth eseguì il suo poema di 20 minuti Thou
Shalt Not Kill con un accompagnamento di free-
jazz. 
Ferlinghetti scrisse sette poemi pubblicati nella
sua A Coney Island of the Mind (1958) con
l'intenzione di essere letti con il jazz.
L'introduzione della sessione "Oral
Messages" recita:  <<Questi sette poemi sono
stati concepiti specificatamente per
l'accompagnamento jazzistico e dovrebbero
essere considerati come dei messaggi orali
raccontati spontaneamente piuttosto che come
dei poemi scritti per la carta scritta. Come
risultato di continue letture sperimentali con il
jazz, sono anche in uno stato di cambiamento. 
Con questa nuova ondata di performance, i
musicisti jazz trovano anche una nuova sfida
nell'assimilare elementi vocali ed emozionali
del poeta recitante. 
Nelle parole di Lippincott..."Noi rispondiamo con
i nostri strumenti, con la maggiore emozione
possibile, alle parole dei poemi. Così per molte
linee avremo la batteria che cresce e rolla ed il
basso che entrerà alla fine e si piegherà. >>
Pochissimi degli artisti Beat furono anche dei
musicisti jazz. Similarmente, i musicisti jazz del
tempo non avevano spesso delle aspirazioni
letterarie. Così, la connessione ispirazionale
tra gli autori Beat e i musicisti non era
esattamente una strada a doppio senso.
C'erano però alcune eccezioni; "Fables of
Faubus" di Mingus era occasionalmente
eseguita con l'accompagnamento poetico, e
"A Love Supreme" di John Coltrane uscì con
un poema scritto da Coltrane stesso nelle note
dell'album. C'era anche un grado di interazione
 tra i due campi artistici; come detto prima,
Kerouac interagiva con alcuni musicisti jazz,
incluso Miles Davis.  Così, senza i Beats, il
movimento jazzistico sarebbe andato avanti
ugualmente. Ma, come abbiamo visto,
il movimento Beat contava saldamente sul genio
di alcuni grandi quali Charlie Parker e Miles Davis
per l'ispirazione che avrebbe prodotto alcuni
grandi lavori quali On the Road di Kerouac e
Howl di Ginsberg. E' stata una fortuna che i due
movimenti siano coincisi nello stesso periodo.
 
 
 [da Bongoclub – a cura di Vincenzo Tarkowski]
 




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Nicola Conte - Like leaves in the wind
post pubblicato in diario, il 29 maggio 2010
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In ricordo di Teresio Zaninetti
post pubblicato in diario, il 29 maggio 2010
 

In ricordo di Teresio Zaninetti
  
Teresio Zaninetti
di Fabrizio Legger
 
Tre anni fa moriva lo scrittore e giornalista antisistema. Teresio Zaninetti
vive nei nostri cuori
Esattamente tre anni fa, il 21 gennaio 2007, moriva in uno squallido ospizio
milanese il grande poeta, scrittore e giornalista Teresio Zaninetti, nato a
Gozzano (Novara) nel 1947. Grande, perché lo era davvero, non fosse altro che
per intelligenza, ingegno e cultura (doti non così comunissime, oggi, nell’epoca
della ideocrazia balterante!).
Ma grande anche per la sua energia smisurata, per il suo spirito indomito di
polemico lottatore, per la pervicacia con cui difendeva e divulgava i suoi
ideali, quelli che ogni persona di buon senso (al di là dei colori politici)
dovrebbe fare suoi: la giustizia sociale, al libertà dell’individuo, la dignità
dell’uomo, la capacità di indignarsi di fronte ai crimini, la difesa degli
emarginati, degli oppressi e di coloro che non hanno voce…
 
In una parola, la lotta contro queste Sistema disumano e mercificante, contro
questo Potere invisibile che vuole ridurci tutti a schiavi consumanti, contro
questa Barbarie ipertecnologica che ci sta abbrutendo mentalmente,
spiritualmente e antropologicamente per trasformarci in docili automi non
pensanti e privi di coscienza. L’attività poetica, narrativa, saggistica e
giornalistica di Teresio Zaninetti operava in questo senso, avvalendosi anche
dell’aiuto di amici e collaboratori preziosi, come Gianni Pre, Ottavio Angelo
Scalet, Antonio Creazzo, Gianni Donaudi.
 
Ma Zaninetti, al pari di tanti altri illuminati, era un autore che dava fastidio
al Sistema, dava fastidio al Potere, e quindi è sempre stato emarginato,
ghettizzato, cacciato bell’angolo e volutamente ignorato dalla grande editoria e
dalla cultura “ufficiale”, dai potentati culturali e dai grandi centri di
informazione: e ovviamente, perché le cose che scriveva e diceva erano scomode,
erano fastidiose, erano pungenti, erano letali per il Sistema. Quindi, la sua,
era una voce che “doveva” tacere. E a farlo tacere per sempre sono state le sue
precarie condizioni di salute ed economiche, con le quali Zaninetti ha lottato,
dignitosamente e orgogliosamente, per tutta la vita. Oggi, a tre anni di
distanza dalla prematura scomparsa, esattamente come lo scorso anno, esattamente
come l’anno prima, è doveroso ricordare ai lettori di questo mio scritto l’uomo
Zaninetti, la sua figura di intellettuale e scrittore decisamente consapevole
del suo ruolo e della sua inaccettabile emarginazione, il suo ruolo di
“guerrigliero intellettuale” determinato a continuare lungo la strada della
cultura e della conoscenza anche se gli ostacoli posti sul suo cammino  dalla
società consumistica dei Non Pensanti e dal potere massificante del Sistema
videocratico sono stati enormi.
 
Ma nel silenzio e nel dolore, nella solitudine e nell’emarginazione, Teresio
Zaninetti ha continuato a scrivere e a pubblicare, a diffondere le sue idee e i
suoi pensieri: con le riviste (come Logos e Jeronimus Logos, solo per citarne
due tra le più note, da lui create e dirette sino al giorno della scomparsa),
con le opere di poesia (Parametri di poesia, La Ghigliottina, Poesie e altre
poesie), con le opere di narrativa (La breve estate di Giuda, Le lacrime di
Sisifo), con l’attività di editore (fondò e diresse la casa editrice Rosso &
Nero), con quella di collaboratore a premi letterari come il Premio
internazionale “Castagno dei cento cavalli” del comune di Sant’Alfio.
Un’attività intensa, impegnativa, tenace, che rivela la grandezza dell’uomo
Zaninetti. Un artista che non è stato accettato e riconosciuto dalla cultura
ufficiale e che perciò spetta a noi fare conoscere, anche se abbiamo piccoli
mezzi, anche se abbiamo poche forze, ma pronti a portare avanti quegli ideali e
quelle passioni che Teresio Zaninetti ci ha insegnato a condividere con lui.

 
Articolo apparso su DAZEBAO
    
Ultimo aggiornamento ( Venerdì 22 Gennaio 2010 11:44 )  

 




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Brook Benton - It's just matter of time
post pubblicato in diario, il 15 maggio 2010
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Sotto una "cattiva stella"
post pubblicato in diario, il 15 maggio 2010
 


“Quanti ebbero occasione di conoscerne la personalità sono concordi, nel dire di lui, che fu un essere umano con un “cuore alto come il cielo”, ma il destino sottile come carta. Di solito, quando una persona non rintraccia una propria luce ad oriente, finisce per possederla in una balsamica strada di ponente. Ma per l’autore di questo “diario” nessuna luce risultò recuperabile: né a ponente, né ad oriente”.

Così ha inizio l’autobiografia di Pietro Valassina, autore di un pamplet dal titolo Solo i cani hanno un cuore (supplemento al periodico Logos n. 35, nov.-dic. 1988).

Il i° ottobre del 1915 in una clinica di Milano una sconosciuta diede alla luce un bimbo, e poi subito si eclissò. Il piccolo, a cui venne dato il nome di Pietro, venne accolto nel brefotrofio provinciale e sottoposto a cure perché risultava colpito da paralisi infantile. Dall’età di 4 anni iniziò il suo calvario, sballottato tra istituti e famiglie sempre diverse, cosa che gli fece rimpiangere sempre una struttura familiare tradizionale. A 8 anni gli morì il padre adottivo e la prima “madre” si risposò. Fu per lui una ferita che sarebbe rimasta sempre aperta.

Un giorno Pietro si sentì chiamare “bastardo” e fu per lui un marchio impresso a fuoco. A 10 anni era già scappato di casa più d’una volta, Durante una di queste fughe ebbe l’incontro più tenero e”umano” della sua vita: un cane molto grosso e molto mansueto, con cui fece amicizia. In compagnia di Bill – così lo battezzò il ragazzo – trascorse 18 giorni. Grande fu il suo dispiacere quando dovette separarsene, poiché lo rintracciarono e ricondussero in seno alla famiglia, per essere destinato (fino a successiva fuga) a lavoro durissimo e a maltrattamenti, che sovente giungevano fino alle sevizie gratuite. Verso i 15 anni fu rinchiuso in un istituto di Arese, dove si trovò subito a disagio per la disciplina ferrea. Era sempre triste, piangeva e il suo chiodo fisso era la mamma.

Il suo animo s’inaspriva sempre di più. Ma finalmente parve che il direttore dimostrasse verso di lui un volto un po’ più umano:s’interessò a far rintracciare la madre di Pietro e gliela fece incontrare. La donna però subito si mostrò fredda e distaccata. Pietro restò all’Istituto fino a 21 anni. Fece il “premilitare”, poi fu accolto in casa della mamma. Ma la sua infelicità non lo abbandonò! In casa risultava di troppo; la madre aveva un amante e per lui era peggio di un’estranea. Un giorno Pietro fu ricoverato d’urgenza per appendicite acuta. Una volta dimesso, tornò a casa, ma nel frattempo la mamma aveva cambiato residenza. Si recò alla nuova abitazione ma si vide respingere con la motivazione che non c’era posto per ospitarlo! Non trovava pace da nessuna parte.

Fu in seguito rinchiuso presso la Casa Sacra Famiglia, perché risultava “deficiente e bisognoso di cure”. Ma vi restò poco perché si fece cacciare via.

Trascorse un periodo nero: faceva la fame e desiderava morire. Infine, riuscì a trovare lavoro come fattorino; lavorò fino all’età di 25 anni, quando avvenne la chiamata alle armi: il ritardo al servizio militare era dipeso da riforma per bassa statura. Dato lo stato di guerra fu fatto idoneo e assegnato al 3° Genio di Pavia. Dopo sette mesi fu destinato al fronte di Grecia.

Tempo dopo, in seguito a un attacco aereo in cui fece da scudo a dei bambini, veniva rimpatriato con una nave-ospedale. Aveva subito lesioni al cervello.

Si succedevano continui attacchi epilettici; fu ricoverato all’ospedale di Arezzo. Gli riconobbero le infermità per causa di servizio. Richiamato, fu aggregato all’8° Fanteria di Monza. Nel raggiungere il Corpo, fu assalito da un attacco epilettico fortissimo. Si riprese, ma per strada lo sorprese un attacco aereo e proprio davanti all’entrata del rifugio cadde una grossa bomba che procurò danni e feriti. Malgrado ferito, Pietro si caricò in spalla una G. di F. ferita gravemente e si trascinò fino a Porta Venezia, dove trovò militi che li soccorsero. Fu ricoverato in gravi condizioni.

Qualche tempo dopo, essendosi ripetuti gli attacchi epilettici, Pietro fu ricoverato all’ospedale di Baggio. Qui da una ispezione di un generale tedesco fu deciso che i militari guariti dovevano essere trasportati in campi di concentramento. Avvenne che un giuda, suo “compagno”, per un compenso di 70 mila lire, lo fece catturare. Fu caricato su un carro bestiame e avviato al Campo di concentramento di Walsrode. Da qui, fu trasferito al Campo di Sant’Antonin a Bitterfeld (Sassonia), dove fu costretto a lavorare duramente. Non resistendo alle sofferenze, tentò di fuggire, senza riuscirvi; dopo essere stato ferocemente torturato, fu inviato al campo di sterminio di Buchenwald, e dopo una ventina di giorni trasferito a Osendorf, dove rimase per otto mesi, condannato ai lavori forzati; dopo di che tornò al Campo di Sant’Antonin dove giunse che pesava 38 chili!

Pietro fu liberato dagli americani. Rimpatriò nel ’46 e venne ricoverato in pietose condizioni, all’ospedale Bristol di Merano. Fu sottoposto a visita psichiatrica e internato nel Manicomio di Pergine (Trento).

Infine fu dimesso. La guerra era finita. Terminata la prigionia, ma i guai continuavano. Pietro si sentiva solo e abbandonato; l’unico amico restava Bill, un bastardo, come lui. Riuscì a trovare lavori saltuari, ma invariabilmente veniva licenziato o per mancanza di lavoro o a causa della sua malattia. Si trovò una complice-amante, e rubava oggetti d’oro che lei riusciva a piazzare bene.

Poi tutto finì, quando lei gli scrisse che s’era fidanzata. Dimesso dal carcere dov’era intanto finito, la trovò che s’era sposata. I due invitarono Pietro a scomparire dalla loro vita, dopo essersi ingrassati a sue spese.

Conobbe un’altra donna, Celestina. Godeva allora di una pensione di invalidità di guerra. Ma presto tutto finì con il trasferimento di lei in Francia, e fu meglio così perché aveva un carattere impossibile. Dopo qualche mese, Pietro si legò a un’altra donna, Gaetana Palermo, che pensò di legare al suo assetato affetto con un regolare matrimonio. Non l’avesse mai fatto! Era cattiva, bugiarda, dedita all’alcool; sovente veniva arrestata dalla Squadra del Buon Costume. Dopo cinque mesi dal matrimonio, Pietro un giorno si ammalò e fu lasciato solo in casa. Lei ritornò il giorno dopo, per cui egli non poté trattenersi dallo schiaffeggiarla. Lei, ubriaca, sporse denuncia per maltrattamenti, sfruttamento e altro. Pietro venne arrestato immediatamente.

La moglie si premurava di fargli delle visite, ma al solo scopo di strappargli una delega per la riscossione della pensione. Mentre a lui assicurava aiuto in occasione del processo, fuori complottava con Celestina, ritornata intanto dalla Francia, sua amica di marciapiede, che, anche perché gelosa, approfittò dell’occasione per contribuire alla sua totale rovina.

Il complotto gli valse una condanna di 5 anni, 9 mesi e 5 giorni di reclusione, più sei mesi di Casa di cura, lire 80 mila di spese processuali, interdetto dai Pubblici Uffici per sei anni, decaduto dalla patria potestà, dall’autorità maritale, risarcimento danni alla parte lesa, eccetera. Dopo oltre un anno di detenzione, si aggiunse la sorpresa che la moglie dava alla luce un “figlio”, frutto delle sue scorribande. Pietro presentò denuncia di adulterio e misconoscimento di paternità, ma poco più tardi ritirò le denunce, non volendo per il piccino la sua stessa sorte disastrosa. La moglie cominciò a inviargli una fitta corrispondenza, fatta di strane dimostrazioni di affetto, però non dimenticando di far richiesta in ogni scritto dei libretti delle sue due pensioni di invalidità (quella di guerra e quella di lavoro). Nel contempo anche il padre della moglie entrò in scena per strappargli la delega della riscossione delle pensioni, poiché, asseriva, era lui che provvedeva ai bisogni del bambino. Quest’ultima precisazione veniva però smentita dalla figlia della moglie, che assicurava che le spese erano sostenute dall’Opera Maternità e Infanzia, e diffidava dall’inviare deleghe o denaro.

Pietro si limitò a farsi soffiare 15 mila lire. Da allora non si hanno più notizie di entrambi. Per il fatto che la condanna superava i 5 anni di reclusione, anche le pensioni gli vennero sospese.

Per le tragiche situazioni morali, giuridiche e materiali, le condizioni psichiche di Pietro tendono ad aggravarsi. A causa della semi-infermità mentale fattagli beneficiare nella sentenza di condanna, l’espiazione avviene presso una sezione per minorati psichici, precisamente presso il Manicomio Giudiziario di Napoli.

“Dalla cella che occupo qui in Napoli, guardo ora mestamente volare i passeri e i colombi. E invidio la loro libertà. I miei pensieri si accavallano e fra questi penso sovente al mio presente e al mio domani. L’avvenire è buio. Avvilentemente buio. Buio. Buio. Anche qui ho la compagnia delle bestie. E’ quando scendo in cortile. Sono due cagne”.

“Conto di farmi ancora vivo per dire se la mia sorte è cambiata. O se essa si è accanita con la consueta ferocia contro di me”.

Felice Serino


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